Dalla Maga, nella speranza di guarire la balbuzie

All’età di 13 anni ero proprio nei guai, ripetevo la prima media per la terza volta. La balbuzie mi scoraggiava a tal punto da farmi passare la voglia di studiare. Mia madre, vedova da poco tempo, oltre ai suoi guai, era disperata perché non riusciva a trovare una soluzione al mio problema nonostante i numerosi tentativi con farmaci d’ogni genere. Non sapendo più cosa fare decise di andare da una maga guaritrice di cui, a quel tempo, si parlava tanto per le sue doti miracolose. Quando giungemmo alla casa della maga, trovammo una lunga coda di persone che partiva dal marciapiede e s’inoltrava nella portineria fin sulle scale al primo piano.

Evidentemente a quel tempo la gente credeva di più alla magia ed era la fortuna dei soliti ciarlatani. Ogni qual volta l’uscio si apriva e usciva un cliente tutti chiedevano pieni di speranza com’era andata. Ed era grande entusiasmo quando li vedevano sorridenti scendere le scale elogiando la bravura della maga.

Mia madre di conseguenza si sentiva rincuorata e cominciava a credere veramente nell’imminente prodigio. Finalmente arrivammo nel pianerottolo e quando la porta si aprì, osservammo le persone uscenti con i visi che raggiavano di entusiasmo e allegria. Tutto lasciava preludere la buona riuscita della visita.

Era una grande stanza con le pareti tappezzate d’immagini sacre, che davano all’ambiente un’atmosfera mistica. L’odore delle candele ricordava quello dei santuari, per aumentare il potere suggestivo dell’ambiente. In un angolo vicino la finestra c’era un grande letto d’ottone lucido, come quello dei nostri nonni, o bisnonni credo, molto alto, così tanto che era corredato da due o tre scalini per salirci sopra.

La maga era lassù seduta nel letto con le spalle sui cuscini appoggiati nella spalliera metallica. Era una vecchia ultraottantenne in cattiva salute, si vedeva dalle occhiaie nere, dove spiccavano gli occhi lucidi e penetranti. Nel comodino una capace cesta conteneva un mucchio di quattrini, messi alla rinfusa quasi a rappresentare la natura di obolo spontaneo. Ebbene mia madre alzando lo sguardo verso di lei e con le mani congiunte come se volesse rivolgersi ad una santa disse: veda cosa può fare per mio figlio che balbetta e che finora nessun medico è riuscito a curare. La prego di togliermi questa sofferenza, soltanto lei, che è una santa, potrà riuscirci.

La maga non disse una parola e mi guardava e per un bel po’ continuava a guardarmi silenziosamente. Io con quello sguardo addosso mi sentivo infastidito e non sapendo più cosa fare ero sul punto di fuggire via. Anche mia madre era esterrefatta per quello strano comportamento.

Improvvisamente la maga con voce rauca, che ancora oggi mi risuona nelle orecchie, disse: no, no, no! Mi dispiace signora ma io non posso farci niente. Allora mia madre ancora più implorante la pregò di riprovare, ma inutilmente, quel no detto a quel modo, era un inesorabile no! Nonostante la delusione mise il suo obolo nella cesta e uscimmo. La gente messa a turno nelle scale chiedeva a bassa voce com’era andata, non c’era bisogno di chiederlo, si capiva dalle lacrime.

Oggi quando racconto questa storia agli allievi del corso, trattenendo a stento la commozione, chiedo loro: cosa pensava quella maga (senz’altro una persona intelligente) mentre mi osservava così lungamente? Probabilmente pensava che la balbuzie non è una malattia e che in avvenire avrei dovuto risolvere il problema da solo con le mie stesse forze.

Cosa accadde durante una mia lettura in classe

Frequentavo la terza media in un antico palazzo di Palermo vicino la Cattedrale, le aule piuttosto anguste erano ricavate da suddivisioni di enormi stanze dove s’intravedevano qua e là tracce di sontuosi affreschi. La mia aula, ancora più piccola delle altre, aveva due file di banchi a ridosso della cattedra.

I meno studiosi, soprannominati “asini”, occupavano gli ultimi posti, dove purtroppo mi trovavo io. Oggi nelle scuole moderne si fa esattamente al contrario per seguire meglio chi ha bisogno di maggiori attenzioni.

L’insegnante d’italiano era anzianotta, nevrotica, severa, sempre imbronciata e incuteva una terribile soggezione a tutta la classe. A me più di tutti. Di bassa statura, camminava in un modo strano per via delle gambe corte, molto miope inforcava degli occhiali con spessi vetri a fondo di bottiglia che si univano ai capelli neri corvini sulla fronte bassa. I baffetti, tipico di alcune donne anziane siciliane, completavano il quadro.

Forse, col passare del tempo, (mezzo secolo) l’esagerata bruttezza di questa professoressa si è ingigantita nella mia mente come un incubo onirico.

Un giorno decise di farci leggere a turno partendo dal primo banco. Io, naturalmente, ero preoccupato perché sapevo che sarei andato incontro ad una brutta figura a causa della balbuzie.

La mia ansia aumentava all’avvicinarsi del mio turno. Sentivo uno sgradevole nodo alla gola, unitamente ad un groppo allo stomaco con un brutto senso di nausea.

Dovevo leggere, non avevo scampo, e quando iniziai fu davvero uno strazio. Improvvisamente l’insegnante diede un pugno sulla cattedra e si alzò (quando si alzava dalla sedia in realtà scendeva e appariva ancor più bassa) venendomi incontro attraversando lo stretto corridoio tra i banchi, gridando mi disse che era inutile continuare la scuola e che dovevo dire a mia madre che era opportuno imparare un mestiere come ad esempio il meccanico o il muratore.

Immaginate la mortificazione, ma quel che mi disturbava maggiormente erano gli sguardi dei miei compagni. Per fortuna suonò la campana dell’ultima ora ed io mi precipitai giù per le scale desideroso di libertà, fuori all’aria aperta.

A tavola mia madre si accorse che nel mio sguardo traspariva qualcosa di deprimente e mi chiese cosa era successo, poiché, in qualità di mamma mi conosceva troppo bene e non poteva sbagliarsi. A fine pranzo mi condusse nella sua stanza e mi mise a sedere invitandomi a confessarmi. Ed io piangendo le raccontai tutto.

Mia madre era una ciociara e come tale non era tipo da sopportare passivamente le ingiustizie. Mi disse con tono perentorio: tu, domani verrai a scuola con me!

Di mattina di buon ora eravamo già davanti l’ingresso dell’aula insegnanti. La custode osservando il cipiglio di mia madre presagiva un imminente putiferio, forse perché c’erano stati dei precedenti e conosceva bene la cattiva fama di quella professoressa.

Finalmente apparve in fondo al corridoio con quella solita camminata dinoccolante, aveva addosso un cappotto nero e un cappello a larghe falde sormontato da una specie di cilindro nero.

Quando giunse , mia madre senza neanche darle il tempo di entrare, le disse gridando di non essere degna di salire su una cattedra, perché il suo dovere era quello di incoraggiare i ragazzi in difficoltà, non di scoraggiarli.

Mentre aumentava la sequela di rimproveri, le grida sempre più forti sicuramente arrivavano nella strada sottostante, ben ascoltate da tutto il vicinato. Gli altri docenti seguivano la scena e si davano sguardi d’intesa come a dire: ecco finalmente la persona che ha avuto il coraggio di smascherare la sua cattiveria. Non erano affatto scandalizzati.

Miracolo! Da quel giorno la mia insegnante di lettere diventò affettuosa, premurosa, piena di attenzioni a un punto tale da stupire me e i miei compagni. Ma la cosa più straordinaria fu un grande miglioramento della mia parola.

Diventai talmente bravo da attribuire la mia carriera di insegnante proprio a questo fatto. Ora mi spiego: all’età di 24 anni andavo in giro alla ricerca di un lavoro, dopo tanti inutili tentativi ebbi l’idea di chiedere supplenza proprio nella scuola media da me precedentemente frequentata.

Uno dei professori mi riconobbe e mi condusse dal vicepreside con la mano sulla spalla elogiando le mie qualità di studente modello. Il commento degli altri presenti fu il rammarico di constatare che erano finiti i bei tempi della autentica scuola, quando si studiava veramente.

L’indomani ero già assunto come supplente. Alla fine dell’anno ottenni l’incarico a tempo indeterminato. Dopo dodici anni divenni professore di ruolo presso l’Istituto E.Majorana di Palermo.

Oggi, nel leggere in pubblico, a messa ad esempio, provo un senso di commozione, difficile a descriversi, quando penso a quella famosa lettura in classe.

La Balbuzie Volontaria

La balbuzie volontaria richiama il metodo cosiddetto dell’intenzione paradossa ampiamente sperimentato dal Dott. Victor Frankl. Autore del libro “Logoterapia e analisi esistenziale”. C.E. Morcelliana, Brescia. Questo famoso psicologo, dopo 4 anni di prigionia nei campi di sterminio nazisti, fortemente provato dalla terribile esperienza riuscì a capire, forse più d’ogni altro, la profonda natura dell’uomo. (Natura fortemente contraddittoria come quella dei balbuzienti.) Ecco perché egli poté risolvere numerosi casi di fobia ritenuti fino allora inguaribili, quali ad esempio: claustrofobia, agorafobia, patofobia, ecc. Anche la logofobia, che è la paura di parlare in pubblico, si potrebbe curare con gli stessi suggerimenti dell’insigne psicologo austriaco. Riportiamo dai suoi scritti le seguenti affermazioni: bisogna affrontare le proprie paure con un comportamento completamente opposto a quello che è sempre stato, cercando di togliere ogni forza alla fobia con un atteggiamento paradossale. Chi è schiavo delle sue stesse contraddizioni le combatterà con altrettante contraddizioni, cioè con le stesse armi. Il tentativo di desiderare ciò di cui si ha paura ha un grande effetto curativo.

Nulla di più idoneo dell’umorismo. Le persone nervose che diventano capaci di sorridere di se stessi hanno imboccato già la strada giusta per arrivare alla guarigione. I tentativi di ironizzare ed evidenziare i propri difetti può risultare completamente contrario alla nostra mentalità, ma quel che conta è che abbiano effetto curativo contro l’ ansia. Dinanzi a queste proposte un balbuziente (affetto da logofobia) dapprima sorriderà incredulo, in seguito provando ad applicare l’intenzione paradossa, imparerà a ridere in faccia alle proprie paure e pertanto a distanziarsi dai propri sintomi fobici. E’ naturale però che tali tentativi non debbano essere definitivi, ne di lunga durata, perché essi servono come sperimentazione allo scopo di capire cosa può succedere dentro di noi a nostra insaputa. Il principio filosofico di Socrate del “CONOSCI TE STESSO” qui si evidenzia più che mai. Io sono d’accordo con tutti coloro che affermano l’utilità della balbuzie volontaria, pur riconoscendo i suoi limiti. Ne ho sempre parlato con i miei allievi, ma insistendo sulla necessità di non tralasciare gli esercizi ortofonici basati sulla correzione del ritmo e del respiro. Tali esercizi, se eseguiti scrupolosamente, conferiscono una tale abitudine del parlare fluente da far superare anche i momenti critici di timore e di soggezione. Il metodo pedagogico (educativo) da me adottato mi impone di adoperare abbondanti esempi pratici, con un linguaggio semplice per essere seguito da tutti, senza il rischio di annoiare.

Esporrò alcuni fatti realmente accaduti per esemplificare le stranezze della balbuzie volontaria. Quando ero balbuziente mi sentivo a mio agio nel raccontare le barzellette sui balbuzienti. Evidentemente andavo contro corrente, perché oggi ho appurato che pochissimi balbuzienti lo fanno. Quando imitavo il balbuziente il mio parlare diveniva normalissimo e gli amici ridevano. Ridevano per la battuta umoristica o per la comicità della mia sorprendente metamorfosi? La seconda ipotesi è la più probabile.

Alla visita militare, tanti anni or sono, desideravo essere riformato per evitare di fare il soldato. Mi proposi di balbettare moltissimo, così esageratamente da rasentare il mutismo. Mi credevo furbo. Invece fui sorpreso nel constatare una grande fluidità verbale nel rispondere a tutte le domande rivoltemi dagli inquirenti del distretto militare. Pensai di avere scoperto il metodo contro la balbuzie, ma poi non ebbi il coraggio di sfruttarlo sapientemente. Qui pongo l’accento sulla parola CORAGGIO!

Un mio allievo mi raccontò di essere riuscito una sola volta a parlare bene in pubblico, malgrado la sua forma di balbuzie molto accentuata. In uno spettacolo teatrale organizzato dalla sua scuola, uno degli attori doveva rappresentare un balbuziente. Chi meglio di lui avrebbe potuto interpretare quel personaggio? Per questo fu scelto senza indugi. Ma durante le prove egli riuscì a recitare la sua parte soltanto parlando perfettamente senza mai incepparsi. Naturalmente fu escluso e sostituito da un attore normoloquente che invece sapeva simulare il difetto senza alcuna difficoltà. In verità storie del genere accadono frequentemente. Ricordo ancora un altro caso dove la balbuzie volontaria ebbe un effetto straordinario. Un giovane balbuziente di nome Claudio aveva frequentato un corso rieducativo senza ottenere risultati soddisfacenti. Si trattava di un tipo negligente, pigro, demotivato ecc.. Uno di quei soggetti capaci di portare alla disperazione qualsiasi logopedista. Ciò malgrado era divenuto un frequentatore assiduo del mio studio. Anche se non era di buon esempio per gli altri, si faceva perdonare per la sua bonarietà e affettuosità. Come per altri casi, speravo col tempo che avrei avuto ragione anche su di lui.

Un giorno muore la zia e gli lascia in eredità una casa, un grande appartamento nel centro di Palermo. Lui, senza comunicarlo alla famiglia, immediatamente permuta la casa con una motocicletta assieme ad una vecchia automobile. Naturalmente si evidenziava nel venditore il reato di circonvenzione di incapace. Il caso fu affidato ad un abile avvocato penalista. Dopo un po’ l’avvocato, con lo scopo di avvalorare l’incapacità d’intendere e di volere, mi pregò gentilmente, appellandosi alla mia disponibilità, di insegnare al ragazzo a balbettare di più, o meglio, così fortemente da non potere nemmeno farsi capire durante l’udienza in tribunale. Dopo essermi ripreso dalla sorprendente proposta, io accettai. Era un’altra occasione per sperimentare il fenomeno dell’intenzione paradossa del Dott. Frankl, su descritto.

Quindi provai più volte a fargli dire il nome, l’età, la residenza ed altro simulando una forma di balbuzie addirittura straziante, ma lui non volle assolutamente provare, dicendomi che aveva capito e che poi ci sarebbe senz’altro riuscito dinanzi al giudice. L’ho pregato ancora di provare, magari per gioco, ma lui, niente, non ne volle sapere. Non lo vidi più per qualche mese, fin ché un giorno apparve con suo padre nel mio studio. Quest’uomo aveva la faccia grigia per la rabbia, tanto da farmi pensare al peggio, cioè ad una conclusione giudiziaria negativa. Mi sbagliavo: la causa era stata vinta. Era furioso a causa del comportamento del figlio che per la prima volta era riuscito a parlare bene proprio quando avrebbe dovuto mostrare il suo difetto. Solo un deficiente , stupido, incosciente come lui poteva agire a quel modo, disse gridando. Fu allora che il comportamento paterno rivelò la vera causa dei problemi psicologici del ragazzo.